Legàmi o légami?
Misterioso imperativo o rassicurante sostantivo: alla scoperta del nome del brand che ha riscritto le regole della cancelleria.
Ho una figlia in età scolare, il che significa che una percentuale non trascurabile del mio stipendio finisce regolarmente in uno dei negozi del brand Legami.
Penne cancellabili con gli animaletti, quaderni con gatti-sushi in copertina, astucci a forma di coniglietto e altri millemila oggetti che non hanno una funzione ben identificabile ma che sono così cariiiini.
Tuttavia, non sono qui per contestare il totale dello scontrino, bensì per parlare di naming e soprattutto per risolvere l’annosa questione: come si pronuncia?
Rassicuranti legàmi affettivi, come si conviene a un tenero regalino di compleanno, o un imperativo légami — misterioso e quantomeno fuori contesto in un negozio così puccioso?
Prima, due numeri per capire di cosa stiamo parlando
Legami non è una simpatica boutique di cartoleria. È una macchina da guerra.
Fondata nel 2003 da Alberto Fassi, nel 2024 ha chiuso il bilancio con 245 milioni di euro di ricavi — in crescita del 73%. Oltre 1.000 dipendenti. 150 boutique monomarca e oltre 10.000 punti vendita in più di 70 paesi. Occhietti rotondi di gattini che possono spuntarti fuori all’improvviso all’aeroporto, in stazione, ma anche alle Galeries Lafayette, da El Corte Inglés o Barnes & Noble.
A novembre 2025 De Agostini ha acquisito il 42% dell’azienda, affiancando Fassi che mantiene la maggioranza e la guida operativa.
Il “potere del carino” ha fatto il botto, come ben argomenta Gianluca Diegoli in questa edizione della sua newsletter
E ora, arriviamo al cuore di questo articolo:
La domanda esistenziale: come si pronuncia?
Si dice légami o legàmi?
Sono due parole diverse, con due significati completamente diversi.
Legàmi — accento sulla seconda sillaba — è il plurale di “legame”. Vincoli, relazioni, connessioni. Il regalo che fai alla compagna di classe o alla collega di lavoro, l’agendina su cui scrivi i tuoi impegni, il premio per una buona pagella.
Légami — accento sulla prima sillaba — è l’imperativo del verbo “legare”. Ma legare cosa, esattamente? Forse sono solo io la malpensante, ma ci trovo un sottinteso come dire, decisamente fuori luogo per un negozio di cancelleria.
Il cliente confuso cerca un accento che risolva il dilemma.
Ma no: il logo non ha l’accento. La parola LEGAMI campeggia sui negozi, sui prodotti e sul sito senza alcuna indicazione fonetica.
Facciamo un passo indietro: le origini del brand.
Siamo nel 2003. Alberto Fassi — laurea Bocconi, master in creatività alla Cattolica, ex consulente KPMG — decide che la vita da revisore dei conti non fa per lui. Investe la sua liquidazione in un’idea che agli altri probabilmente sembrava quantomeno originale.
Non amava gli zaini. Si ricordava con nostalgia della vecchia cinghia di cuoio con cui i ragazzi tenevano insieme i libri di scuola. Decide di rilanciarla in chiave contemporanea: sette colori, ognuno associato a un’emozione diversa.
Mi seguite, vero?
Una cinghia per i libri - che si lega - e sette colori associati alle emozioni, i legàmi.
Ha senso, dunque, che inizialmente il nome fosse davvero giocato su una doppia lettura.
Lo ha confermato Fabio Pornaro, del marketing : «Il colpo di genio di Alberto è stato quello di immaginare che un oggetto semplice come una cinghia per libri attraverso dei colori potesse rappresentare uno stato d’animo. Ha associato un’emozione a un prodotto di uso quotidiano. E tutta Legami oggi funziona su questa idea: gli oggetti sono veicoli per riallacciare dei legami.»
Se per un po’ si è voluto giocare sull’ambivalenza, con l’evoluzione del brand, l’accento si è spostato sul significato più rassicurante.
Chissà, forse non ero l’unica a pensar male, e a immaginarmi uno scenario più da 50 sfumature di grigio che da cartella vintage.
Oggi, la risposta ufficiale esiste, e viene direttamente dal fondatore. In diverse interviste Alberto Fassi ha dichiarato: «A oggi legàmi è la pronuncia corretta: vogliamo promuovere sensazioni ed emozioni positive, offrendo alle persone spunti e occasioni sempre nuove e diverse per creare o rinsaldare un legàme.»
Caso chiuso.
Il marchio: registrato il giorno zero
Quando parlo di brand naming, mi piace sempre allargare lo sguardo alle questioni legate alla proprietà intellettuale.
E qui c’è un dettaglio che racconta molto di Fassi come imprenditore.
La domanda di registrazione del marchio “Legami” è stata depositata il 29 aprile 2003, la stessa data in cui l’azienda è stata fondata. Prima ancora di aprire negozi o assumere dipendenti, Fassi aveva già capito che il nome era un asset da proteggere. Il marchio è stato poi registrato il 13 settembre 2007.
E lo ha protetto seriamente: non due o tre classi merceologiche come fanno molti, ma dieci classi di Nizza che coprono praticamente tutto il perimetro di quello che Legami è oggi — e potrebbe diventare domani. Cancelleria ovvio (classe 16), ma anche gioielleria e orologeria (14), borse e accessori in cuoio (18), utensili per la casa (21), corde e spaghi — la classe della cinghia originale (22), tessuti (24), abbigliamento (25), merceria e passamaneria (26), giochi e articoli da regalo (28), e infine pubblicità e gestione commerciale (35).
Dal punto di vista della proprietà intellettuale “Legami” è tecnicamente un marchio “debole” — è una parola comune, di dizionario, il che lo rende più difficile da difendere rispetto a un nome di fantasia. Ma la storia d’uso ventennale, il riconoscimento internazionale e la copertura capillare delle classi lo rendono nella pratica molto difficile da aggirare. Non risultano dispute legali pubbliche significative — il che, nel mondo del trademark, è già un ottimo risultato.
La prossima volta che mia figlia tornerà dal negozio con l’ennesima penna “indispensabile”, almeno saprò pronunciare correttamente il nome di chi mi ha alleggerito il portafoglio.
Legàmi. Con l’accento.

